È accusato di corruzione in relazione ad una maxi tangente da 300 mila euro pagata da Bruno Mastrotto attraverso il suo consulente Marcello Sedda, per sistemare con l'accertamento con adesione la verifica fiscale nella sua conceria. Sarà interrogato nella giornata di oggi Angelo Fiaccabrino, 58 anni di Creazzo, funzionario dell'Agenzia delle entrate in servizio a Verona.
Assistito dagli avvocati Renato Bertelle Paolo Mele jr., è l'unico fra gli arrestati ad essere stato accompagnato in carcere. Angelo Fiaccabrino non sarà l'unico ad essere ascoltato dal procuratore Salvarani e dal pm Peraro. Oltre a lui, infatti, altri tre indagati che che hanno subito la sospensione da servizio e attività. Si tratta di Antonio Letizia, 34 anni, di Dueville (avv. Claudia Longhi), dipendente delle Entrate di Arzignano e dei commercialisti Italino Priori, 72 anni, di Chiampo (avv. Bertelle) e Roberto Lorenzon, 42, di Conegliano (avv. Loris Tosi). Al termine degli interrogatori, probabilmente nella giornata di domani, il giudice Stefano Furlani valuterà le richieste di remissione in libertà con la possibilità di tornare al lavoro presentate da tutti gli arrestati.
Nel frattempo dovrà fornire un parere in merito anche la procura. Quelle emerse dall'operazione «Reset», il nome dato dai detective del nucleo di polizia tributaria al proseguo della maxinchiesta «Dirty leather» sono cifre da capogiro. Gli indagati di questo filone sono 77, tutti accusati di corruzione dal procuratore Ivano Nelson Salvarani e dal pm Marco Peraro: 55 sono imprenditori, referenti di 53 aziende molte delle quali conciarie del distretto di Arzignano. Altri 13 sono commercialisti, 9 sono pubblici funzionari, dipendenti dell'Agenzia delle Entrate e il finanziere in pensione Luigi Giovine. Le tangenti versate ammontano a oltre due milioni di euro in 68 episodi a partire dal 2003. Un complesso percorso di frode che, sostanzialmente, può essere riassunto in quattro fasi: la prima prevedeva la vendita della pelle grezza da società extra Ue che ne incassavano il prezzo e la trasferivano in dogana.
A questo punto la merce non veniva acquistata direttamente dalle concerie. Intervenivano società cartiere che, sfruttando il cosiddetto deposito fiscale, non versavano l'Iva ma rivendevano la merce (usando come filtro altre finte società) alle concerie che pagavano il prezzo più Iva (andando a credito con il Fisco). Nell'ultima fase le società cartiere, anziché pagare l'Iva, la restituivano in nero agli imprenditori, trattenendone una parte per sè.