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Lunedì 21 Giugno 2010
Marchetti senza colpe. Lo assolve pure il don

I complimenti con preghiera incorporata. L'sms che don Emanuele Gasparini, parroco di Cassola invia a Marchetti una manciata di minuti dopo il fischio finale contiene entrambe le cose. Don Emanuele, la preghiera servirebbe in attacco, mica tra i pali... «Una preghiera serve sempre - replica il sacerdote - eppoi volevo elogiare comunque Federico, inviandogli un in bocca al lupo per giovedì. Sul gol non ha certo responsabilità».
Il prete ha riempito il patronato del paese come fosse lo stadio: tutti pigiati davanti al maxischermo, oltre 300 fedeli azzurri, in prima fila ci sono anche il sindaco Silvia Pasinato e l'assessore allo sport («Quella palla non l'avrebbe presa neppure Buffon» sentenzia il primo cittadino). Sfilano un bel po' di ragazzini con la maglia originale autografata di Marchetti, sia quella celeste del Cagliari che la casacca scura da trasferta, un gruppetto di donne sfoggia il tricolore sulle guance, la bandiera italiana fa bella mostra nel municipio al di là della strada e anche al bar della parrocchia spuntano i vessilli da dietro al bancone. E un paio di km più in là, casa Marchetti è un bunker inaccessibile. Ci provano inutilmente le telecamere Rai e quelle di Sky e trovano un catenaccio difensivo inespugnabile: respinte con perdite. Dentro, barricati a protezione di una legittima intimità, ci sono la mamma Graziella Cinel e i fratelli di Federico, il maggiore Stefano e la sorella minore Anna.
Ma al patronato, appena la tv rimanda l'immagine di Federico scatta immediata l'ovazione popolare. Poi al pronti-via, o quasi, passa a sorpresa la Nuova Zelanda e tra lo sconcerto generale si va a caccia del capro espiatorio. L'Italia non decolla, Marchetti è talmente contemplativo e disimpegnato che i cameramen manco lo inquadrano, poi, finalmente la manovra dei campioni del mondo prende quota e la gente sulle poltroncine comincia a friggere: si scalda su una sassata di Zambrotta, scatena l'applauso sul palo di Montolivo ed esplode tipo polveriera sul rigore imbucato da Iaquinta. All'intervallo, consumato l'assalto ai gelati e alle birre, il sorpasso appare alla stregua di una formalità. E invece non si sfonda mai, così l'eroe del paese Marchetti si becca il battimani anche solo per un tuffo sotto l'incrocio col pallone che scivola fuori. L'Italia rumina calcio senza uno squarcio di luce e allora salgono i mugugni, c'è chi reclama Cassano e Balotelli, chi si avvelena contro Lippi. L'umore del tifoso professionista patisce perturbazioni che neppure l'anticiclone delle Azzorre. Finita, il muro di gomma dei kiwi tiene e fuori c'è chi dà la colpa all'Inter («Loro vincono, perchè sono tutti stranieri...»).
Il sindaco Pasinato sottolinea ugualmente i meriti di Marchetti («Federico è il nostro orgoglio, ha fatto sacrifici superando ostacoli durissimi per arrivare sin lassù, se lo merita tutto questo momento di gloria») e don Emanuele prova a mettersi ugualmente in contatto con mamma Graziella. Come la nazionale, nemmeno lui pesca il pertugio. Alle 18.30, vano pellegrinaggio davanti all'abitazione della signora. Che deve ancora smaltire un vagone di adrenalina e non concede udienza. Amen. Più in là i vicini se la prendono con una squadra che non ingrana e con Cannavaro, intoccabile dal cittì e per loro un po'decotto e bollito. Poco male, qui Marchetti ha vinto pure con un pareggio.



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