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Marted 13 Gennaio 2026
LE RADICI, QUELLE CHE ABBIAMO PERSO

di Daniela Cavallo
Intervista a Letizia Sinisi, esperta di turismo delle radici
Il turismo delle radici non è una moda né una nicchia: è un ritorno, un processo identitario, una forma di appartenenza che coinvolge milioni di persone nel mondo. Ne parliamo con Letizia Sinisi, studiosa e divulgatrice di questo fenomeno, che nel 2024 ha trovato un riconoscimento istituzionale con l’Anno dedicato al Turismo delle Radici promosso dal Ministero degli Esteri. Esperta di Turismo delle Radici, valorizzazione territoriale e Italian Lifestyle Travel Coach per l’incoming turistico esperienziale orientato all’identità italica. Titolare di ItalyRooting Consulting, realtà specializzata in cultura e turismo delle radici, sviluppa un modello di accoglienza identitaria strutturata con servizi collaudati per italo-discendenti e italofili. Attualmente coordina le attività dell’Academy of Italian Heritage and Travel, con particolare focus sulla formazione e sui viaggi identitari ed è ideatrice del progetto nazionale Borgo-Schola Italica, promosso in collaborazione con Schola Italica Srl – Impresa Sociale, per la rigenerazione dei territori attraverso l’educazione, il turismo identitario italico e il ben-vivere.
Che cos’è davvero il turismo delle radici?
«È un turismo di ritorno, delle origini, genealogico. Non riguarda semplicemente il viaggio, ma il legame. È rivolto a chi ha origini italiane, agli italo-discendenti, ma anche agli italofili: persone che, pur non avendo sangue italiano, sentono una forte attrazione culturale verso l’Italia».
Il concetto di ritorno sembra centrale.
«Lo è da sempre. Chi parte porta con sé il desiderio di tornare, anche solo simbolicamente. Il turismo delle radici accende un faro su un fenomeno che in Italia è stato a lungo sottovalutato, forse persino vissuto con imbarazzo o vergogna. Studiare la storia dell’emigrazione significa fare i conti con una realtà ancora attuale».
In che senso attuale?
«Oggi gli italiani residenti all’estero iscritti all’AIRE sono circa sei milioni. Molti hanno la doppia cittadinanza e il numero è in crescita, soprattutto tra i giovani. L’Italia continua a spopolarsi. Eppure esiste un bacino potenziale enorme: oltre 80 milioni di italo-discendenti nel mondo e più di 250 milioni di italofoni».
Questo fenomeno può essere una risposta allo spopolamento?
«Può certamente incrementare i flussi turistici, ma soprattutto può restituire consapevolezza agli italiani della propria storia. È importante anche conoscere le nazionalità in arrivo: le comunità italo-discendenti sono diverse tra loro, perché il “miscuglio” culturale cambia da Paese a Paese, e l’accoglienza deve tenerne conto».
Che tipo di viaggiatori sono quelli delle radici?
«Non cercano un viaggio, cercano appartenenza. Vogliono non sentirsi estranei. Tornano per riprendere un’eredità, per ritrovare un senso d’Italia. Spesso i loro antenati sono partiti da piccoli paesi: proprio questi borghi diventano luoghi da ripopolare, magari con residenze d’artista o soggiorni lunghi, anni sabbatici».
Quanto conta l’accoglienza?
«È fondamentale, soprattutto la prima volta. Il turismo delle radici è un processo lento: al centro c’è la relazione, non il consumo. È come costruire un legame duraturo».
Come reagiscono di fronte ai borghi e ai centri storici?
«Sono spesso sorpresi di trovarli ancora “vivi”. Pensano che l’Italia di una volta non esista più, anche perché molti non conoscono nemmeno le vicende della Seconda guerra mondiale. La distanza geografica e temporale crea un’immagine distorta. Raccontare l’Italia con i loro occhi finisce per sorprendere anche noi».
Le motivazioni cambiano con l’età?
«Molto. Gli over 50 sono guidati dalla nostalgia: cercano luoghi, sapori, odori che parlano d’amore e di ricordi. È un’Italia immaginata, idealizzata. I problemi contano poco: ciò che cercano è il valore emozionale, anche accettando i disagi. Il rapporto continua nel tempo, quasi come un matrimonio».
E i giovani?
«Non avendo ricordi diretti, sono mossi dalla scoperta e dalla curiosità. L’enogastronomia è centrale: le ricette sono una vera lingua, i sensi sono il canale più potente dell’italianità. C’è un forte Italian Pride, un orgoglio italiano che spesso noi abbiamo perso, ma che loro tengono vivo all’estero attraverso radio, eventi, comunità».
Che rapporto hanno con i luoghi?
«Nei vicoli e nelle stradine dei centri storici sentono casa, protezione. Il silenzio diventa uno spazio di ritrovo interiore. Nel piccolo si è qualcuno, nel grande ci si perde. Riescono a vedere oltre i disagi, hanno i sensi amplificati, interiorizzano: “mi sento uno di loro”».
E noi italiani come ci poniamo?
«Spesso siamo troppo critici e trasmettiamo solo gli aspetti negativi. Ma chi arriva cerca autenticità, cerca gli italiani, la vita quotidiana. Quando vivono davvero i luoghi, scoprono una qualità della vita che noi non vediamo più. Possono aiutarci a ritrovare ciò che abbiamo perso».
Cosa rischiamo di dare per scontato?
«La bellezza, l’eleganza, l’artigianato, la storia millenaria che dà sicurezza e senso di casa. Stare con loro ci farebbe bene. Trovano benessere in ciò che per noi è routine. Sentirsi a casa: questo è il ruolo delle comunità ed è una consapevolezza fondamentale».
Quindi non si tratta solo di turismo.
«Esatto. Qui si parla di costruire comunità. Mi piace usare il termine routing, dal mondo botanico: quando una pianta è danneggiata, le radici reagiscono, cercano nuova linfa e la fanno rifiorire. Le radici richiamano sempre. È la comunità il vero cuore del turismo delle radici».



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