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Sabato 4 Aprile 2026
Caro energia: l’UE introduca un next generation bis.

L’appello arriva dalla CGIA, 4 aprile 2026: oltre alla sospensione temporanea del Patto di Stabilità, Bruxelles definisca anche una misura strutturale di lungo periodo. In sostanza, un Next Generation EU [1] bis che, su base volontaria, consenta agli Stati membri di accedere alle risorse (a fondo perduto e prestiti), necessarie per affrontare con maggiore solidità sia le crisi militari e geopolitiche in atto che la transizione verso l’utilizzo di fonti energetiche sostenibili. In poco più di un mese di guerra, i prezzi del gas, dell’energia elettrica e dei carburanti sono saliti notevolmente, alimentando il timore diffuso che questo shock possa innescare una nuova recessione economica. Non solo: è ormai evidente che le misure adottate dai singoli Paesi dell’UE non sono efficaci, in quanto temporanee, con un impatto economico molto contenuto e, soprattutto, in totale assenza di coordinamento. È ormai chiaro a tutti che nessun Paese dispone da solo delle risorse necessarie per reggere l’urto. Serve quindi una regia sovranazionale che, come già accaduto nel post-pandemia, sostenga in modo concreto le economie più fragili nell’interesse comune. Da Bruxelles, in altre parole, ci si attende un cambio di passo rispetto a quanto visto finora: vale a dire poco o nulla. Perché deve intervenire l’UE. L’e Europea deve consentire – e coordinare – gli interventi degli Stati membri per mitigare i rincari di carburanti ed energia per tre ragioni fondamentali: stabilità macroeconomica, coesione sociale e funzionamento del mercato interno. In primo luogo, gli shock energetici rappresentano tipici traumi riconducibili all’offerta, con effetti molto regressivi. L’aumento dei prezzi di carburanti, luce e gas si trasmette rapidamente ai costi di produzione e ai prezzi finali, alimentando inflazione da costi e comprimendo i redditi reali. In assenza di intervento, la politica monetaria restrittiva [2] diventa l’unico strumento di risposta, con effetti recessivi sproporzionati. Consentire agli Stati di sterilizzare questi rincari (tramite riduzioni fiscali, sussidi mirati o meccanismi di compensazione) aiuta a spezzare la trasmissione inflazionistica senza deprimere la domanda aggregata. In secondo luogo, vi è una questione di equità e stabilità sociale. L’energia è un bene essenziale e la sua incidenza sul reddito è maggiore per le famiglie a basso e medio reddito. Senza correttivi, si ampliano disuguaglianze e rischio di povertà energetica, con conseguenze anche politiche. Un intervento coordinato a livello UE evita risposte frammentate e disomogenee che potrebbero accentuare divergenze tra Paesi. Infine, il mercato interno richiede condizioni di concorrenza eque. Differenze marcate nei prezzi energetici, dovute a capacità fiscali nazionali divergenti, distorcono la competitività tra imprese europee. Una cornice europea che autorizzi e armonizzi interventi nazionali (anche tramite flessibilità sugli aiuti di Stato e regole fiscali) riduce tali distorsioni e preserva le condizioni di parità. Gli interventi auspicati. Oltre a un provvedimento strutturale che, nell’arco di 5-7 anni, acceleri la transizione energetica riducendo la dipendenza dalle fonti fossili, serve sospendere temporaneamente il Patto di Stabilità, permettendo ai Paesi membri di contenere il caro energia senza impatti sul rapporto deficitPil. Allo stesso tempo, come già avvenuto nel 2022-2023, Bruxelles dovrebbe autorizzare il taglio dell’Iva sulle bollette, introdurre un tetto al prezzo del gas per arginarne la volatilità e prevedere un contributo di solidarietà sugli extraprofitti delle grandi multinazionali dell’energia che in questo momento stanno realizzando utili spaventosi. Resta infine sul tavolo una misura molto discussa ma mai realmente attuata: il disaccoppiamento tra prezzo del gas ed energia elettrica, ritenuto sempre più necessario per ridurre l’esposizione del mercato a shock così violenti. Senza una “copertura” dell’UE, appare evidente - come dimostra sia il decreto bollette in fase di approvazione al Senato sia il decreto carburanti bis approvato ieri dal nostro governo – che le misure di sterilizzazione degli aumenti dei prodotti energetici prese dai singoli Stati risultano essere poco incisive e del tutto insufficienti. Il diesel è cresciuto del 21%. Il Brent addirittura del 54%. Al netto del taglio delle accise approvato dal governo Meloni il 18 marzo scorso e prorogato ieri sempre dal nostro esecutivo fino al prossimo 1° maggio, il prezzo medio del diesel in modalità self in poco più di un mese di guerra in Medio Oriente è passato da 1,720 eurolitro a 2,084 (+21,2 per cento) e quello della benzina da 1,670 eurolitro a 1,758 (+5,3 per cento). L’impennata del prezzo alla pompa del gasolio [3] per autotrazione è stata trascinata dalla quotazione del Brent [4] che sempre nello stesso periodo è “esplosa” addirittura del 54,1 per cento. Rincari boom del gas (+60%). Per quanto riguarda i prezzi di borsa dell’energia elettrica e del gas, in questo mese di ostilità il primo è salito da 107,5 euroMWh a 122,7 (+14,2 per cento), il secondo da 32 euroMWh a 51,2 (+60,2 per cento). Un’evoluzione che, inevitabilmente, si rifletterà sulle bollette, con prospettive tutt’altro che rassicuranti. In particolare per le famiglie più fragili, economicamente e per le imprese più energivore e gasivore.
––––––––––––––––––––––––– [1] E’ il piano europeo da 750 miliardi di euro, che si è posto l’obiettivo di rilanciare l’economia continentale, dopo la pandemia da COVID-19, rendendola più green e digitale. L'e Europea ha stanziato queste risorse, di cui 191,5 miliardi di euro circa per l'Italia, grazie a sovvenzioni e prestiti dell'RRF (Recovery and Resilience Fund). Per finanziare il nostro Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (ovvero lo strumento attuativo, che entro questa estate, deve “mettere a terra” i 191,5 miliardi circa, messi a disposizione dall’UE), 68,9 miliardi di euro sono sovvenzioni a fondo perduto (grants) e 122,6 miliardi sono risorse ottenute tramite prestiti (loans). [2] Vale a dire l’aumento dei tassi di interesse da parte della BCE. [3] Ricordiamo che su richiesta dell’UE, dal 1° gennaio 2026 le accise sul diesel sono aumentate di 4,05 centesimi al litro e quelle sulla benzina sono diminuite dello stesso importo. [4] Il 27 febbraio scorso, vigilia dell’attacco militare all’Iran, la quotazione del Brent Crude Oil era pari a 70,75 (Usdbbl). Il 2 aprile ha toccato i 101,16 (Usdbbl)”.
Sembra, che il destino del mondo debba aspettarsi, ogni due o tre anni, momenti di tale vastità distruttiva, da essere di difficile superabilità, a danno della crescita economica e del conseguente benessere dei popoli. Momenti, che, in ogni caso, non brevi, creano, oltre agli effetti immediati, che conosciamo e, dianzi, da CGIA, bene evidenziati, strascici, che incidono, per anni a venire, sulle economie nazionali. Strascici, che non si lasciano cancellare, neanche con forti interventi, a livello nazionale, e che si prolungano per anni. Per il momento, l’invocato intervento dell’UE, come sopra, chiesto da CGIA Mestre, è il meglio, che potremmo mettere in atto, per rendere meno pesante l’incisività del forte aumento delle quotazioni degli energetici, petrolio e gas, ad evitare, per quanto possibile, conseguenze rie sulle economie nazionali, prima, fra tutte, l’inflazione, con le sue note conseguenze e, nel caso, in tema, non combattibile, con aumento di tassi. C’è da sperare che i conflitti, in corso, lascino spazio alla pace, anche perché, ove gli stessi avessero continuità, potrebbero aprire la strada ad altre minacce e disgrazie. E non dimentichiamo le vittime…. Non siamo, per un “tassare”, misura, che distrugge, anziché migliorare, ma riteniamo un consistente contributo, da parte delle multinazionali energetiche, data l’attuale pesantissima emergenza, assolutamente necessario.
Pierantonio Braggio



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