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Sabato 4 Aprile 2026
L’entroterra e il cuore dei centri storici

L’occasione fa l’uomo ladro, anche la donna a volte. E da Portogruaro ho “rubato” una sensazione che non provavo da tempo: quella autentica di centro storico italiano. Palazzi restaurati, spazi pubblici curati, ordine, pulizia, strade senza buche. Ma soprattutto, la percezione diffusa di rispetto: per la storia, per l’identità e, in fondo, per se stessi.
L’occasione, si diceva, è stata la presentazione del mio libro “Centri storici, anima della città”, ospitata nel suggestivo Palazzo Vescovile di Portogruaro, grazie all’organizzazione di ANCE Friuli Venezia Giulia. Un momento di confronto arricchito dalla presenza del Presidente Marco Bertuzzo e del Direttore Fabio Millevoi, insieme a Barbara Beltrame Giacomello, neo presidente nazionale InArch e presidente di Confindustria Vicenza, Michele Franzina – co-autore del libro e Segretario nazionale InArch – e Beatrice Fumarola, Coordinatrice nazionale. A moderare l’incontro Donato Riccesi, Vice Presidente InArch Triveneto, con la partecipazione di Carla Broccardo, Tesoriere InArch Triveneto.
Un’occasione preziosa per riflettere sullo stato attuale dei centri storici italiani, sui loro bisogni e sull’urgenza di attivare un tavolo nazionale capace di affrontare in modo sistemico la loro rigenerazione. Il tutto immersi in una cittadina della terraferma veneta che si è rivelata una scoperta tanto piacevole quanto significativa.Passeggiare nel centro storico di Portogruaro significa entrare in un’atmosfera sospesa nel tempo: eleganti palazzi medievali, portici affrescati, scorci suggestivi lungo il fiume Lemene. Il cuore pulsante è Piazza della Repubblica, animata da edifici storici e caffè che restituiscono il senso di una quotidianità viva e condivisa. Poco distante, i celebri Mulini sul Lemene, tra i più iconici del Veneto orientale, raccontano una storia fatta di lavoro, ingegno e armonia con il paesaggio. Questa bellezza architettonica si intreccia con una programmazione culturale dinamica e diffusa: mostre, festival, concerti, rassegne che attraversano tutto l’anno e coinvolgono l’intero territorio della Venezia Orientale. Teatri storici e spazi espositivi diventano così laboratori culturali, capaci di coniugare tradizione e contemporaneità.
Così, ancora più sorprendente è stata la visita, all’interno dello stesso palazzo, alla mostra “Artisti alle Biennali 1900–1960”, accompagnati dalla direttrice del Distretto Turistico Venezia Orientale, Pierpaola Mayer. Un’esposizione capace di raccontare mezzo secolo di storia dell’arte italiana e internazionale, ma anche di testimoniare quanto la cultura possa essere motore vitale di una comunità. Eventi come questi dimostrano quanto sia fondamentale proporre iniziative culturali di qualità per mantenere vivo il cuore di una città, grande o piccola che sia. La cultura, infatti, non è soltanto attrazione turistica: è uno strumento essenziale per nutrire la comunità, stimolare il pensiero critico e rafforzare il senso di appartenenza. Curata da Stefano Cecchetto e promossa sotto la direzione museale di Elisa Mazzariol, l’esposizione ripercorre i primi cinquant’anni della Biennale di Venezia, raccontando come la città lagunare sia diventata un punto di riferimento internazionale per l’arte moderna e contemporanea. Il percorso si sviluppa in tre grandi sezioni. La prima, dedicata al periodo tra fine Ottocento e primi del Novecento, esplora il paesaggio veneziano attraverso artisti come Guglielmo Ciardi, Ettore Tito, Luigi Nono e Pietro Fragiacomo, accanto ai protagonisti della Scuola di Burano come Gino Rossi e Pio Semeghini. La seconda sezione racconta la trasformazione degli anni Venti e Quaranta, quando gli artisti italiani iniziano a dialogare con le avanguardie europee, grazie anche al contributo critico di Margherita Sarfatti. Qui emergono figure come Felice Casorati, Filippo de Pisis e Mario Sironi.
Infine, la terza sezione si concentra sul secondo dopoguerra, con movimenti come il Fronte Nuovo delle Arti e lo Spazialismo, rappresentati da artisti come Emilio Vedova, Afro Basaldella e Giuseppe Santomaso. Circa cento opere costruiscono un racconto articolato e coinvolgente, capace di guidare il visitatore attraverso le trasformazioni dei linguaggi artistici tra Ottocento e Novecento. È un viaggio che arricchisce, ma anche un promemoria: la cultura non è un elemento accessorio, bensì il fondamento di una comunità consapevole, viva e partecipe. E città come Portogruaro lo dimostrano con una semplicità disarmante.A volte basta un’occasione per accorgersene. E, perché no, anche per “rubare” un’idea di città che funziona.



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