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32. Film Festival della Lessinia: tutti i vincitori Alexander Murphy conquista la Lessinia d’Oro con Goodbye sisters
Bosco Chiesanuova (Verona), 30 agosto 2026
Al regista franco-irlandese Alexander Murphy la Lessinia d’Oro, il massimo riconoscimento in assoluto del Film Festival della Lessinia. Alla trentaduesima edizione della rassegna cinematografica internazionale dedicata a vita, storia e tradizioni in montagna trionfa il film Goodbye sisters (Francia, Nepal 2025). È stato scelto tra i 22 film in concorso tra le 83 opere presentate quest’anno, provenienti da 43 Paesi e presentate in dieci giorni di proiezioni, dal 21 al 30 agosto, sul grande schermo del Teatro Vittoria di Bosco Chiesanuova (Verona).
La Giuria internazionale – composta da Helene Christanell (Italia), Azza Hourani (Giordania), Vanina Lappa (Italia), Diogo Varela Silva (Portogallo), Matthäus Wörle (Germania) – ha dato questa motivazione per l’autenticità, l’originalità, la storia umana e la ricchezza cinematografica: “Con immagini bellissime e indimenticabili che rimangono impresse a lungo, anche dopo la fine del film, questa è un’opera che ci invita a fare un passo indietro, a fare un respiro profondo e a vivere il momento. Attraverso le vite delle sue protagoniste, il film apre una finestra su una società e uno stile di vita raramente rappresentati sullo schermo. A 5.000 metri sul livello del mare, il paesaggio non è solo uno sfondo, ma parte integrante della loro realtà, che plasma le loro vite, le loro scelte e i legami che le uniscono. Al centro della storia c’è un racconto profondamente commovente sulla femminilità, sull’amore incondizionato tra sorelle e sulla straordinaria resilienza di una famiglia”.
Da Kathmandu, Jamuna accompagna la sorella minore in quello che potrebbe essere l’ultimo loro viaggio nel piccolo paese sulle montagne del Rukum Est, nel Nepal Occidentale. Lassù vivono, con i genitori, altre due sorelle. Sugli strapiombanti costoni delle cime himalayane, a oltre cinquemila metri, in autunno si raccoglie lo yarsagumba, parassita metà fungo e metà insetto, ricercatissimo come afrodisiaco ed energizzante. Venderlo permetterebbe alla famiglia di sostentarsi e a Jamuna di pagare gli studi in Giappone. Il ritorno al villaggio è l’occasione di riunire le quattro sorelle, consapevoli delle diverse strade di vita intraprese, da quella di restare a vivere, moglie e madre, nel villaggio, a quella di studiare lontano. Sarà forse l’ultima occasione di essere tutte e quattro insieme con gli anziani genitori. Alexander Murphy, intenzionato a girare un film sulla raccolta dello yarsagumba, ha ispirato la sua storia alla reale vicenda di Jamuna, incontrata nelle sue ricerche lassù, filmando il suo vero, ultimo viaggio per dire addio ai genitori e alle sorelle, in immagini e dialoghi di profonda tenerezza.
Il premio Lessinia d’Argento per il miglior lungometraggio è andato a Raději zešílet v divočině di (Repubblica Ceca, Slovacchia 2025) del documentarista Miro Remo, nato nel 1983 a Ladce, nella Slovacchia nord-occidentale. Così si è espressa la Giuria internazionale: “Il film che abbiamo scelto inizia in un piccolo mondo apparentemente isolato, per poi aprirsi lentamente ad una realtà molto più vasta. Il regista resiste alla tentazione di definire i propri personaggi. Li affronta invece con lo stesso senso di libertà che sembra guidare le loro vite, permettendo al film stesso di rimanere aperto, imprevedibile e vivo. Nelle loro contraddizioni, nelle loro peculiarità e nel loro modo singolare di stare al mondo, il film trova gradualmente la propria forma. Quella che a prima vista può sembrare una piccola storia diventa qualcosa di molto più ampio: una riflessione sulla libertà e sull’appartenenza, sullo scorrere del tempo e su cosa significhi scegliere il proprio modo di stare al mondo. Un film di grande umanità, in cui la libertà non è solo ciò che viene rappresentato, ma anche il modo in cui il film sceglie di guardarlo”.
Si arrampicano sulle piante, urlano, fumano spinelli, si parlano da una parte all’altra del muro che hanno costruito per dividere la loro casa, dormono tra i cavolfiori, inseguono, decapitano e squartano una gallina, vagano nudi per il bosco, fanno il bagno di ortiche e se le mangiano crude, leccano un rospo, giocano a braccio di ferro e vince l’uno dei due che è senza un braccio, mentre una vacca parlante racconta la loro storia. Sono František e Ondřej, due gemelli che vivono in un'isolata fattoria della Selva Boema. La loro storia sembra uscita da una fiaba. E allora, perché non costruirsi delle ali, come quelle disegnate da Leonardo a Da Vinci, e provare a volare gettandosi dal letamaio? Nella frenesia della loro rocambolesca quotidianità i due parlano, con nostalgia, di donne e di amore, per poi suonare la fisarmonica nel tramonto. Oltre al rapporto simbiotico tra i gemelli, segnato dall’ansia di avventura e di libertà dell’uno e dal bisogno di pace e stabilità dell’altro, nei dialoghi emergono temi come il destino dell’anima, il ricordo della lotta politica, il rapporto con la morte. Un ritratto folle di due poeti della vita.
Ad aggiudicarsi la Lessinia d’Argento per il miglior cortometraggio è stato Inherited silence (Georgia 2025) della regista e sceneggiatrice georgiana Mariam Bakacho Khatchvani. Per la Giuria internazionale: “Il premio va al film che ci ha sfidato a guardare oltre ciò che è immediatamente visibile. Attraverso immagini di grande bellezza, la storia accade tanto al di là dell’inquadratura quanto al suo interno nel sottotesto, nei silenzi e in ciò che rimane non detto. Sottili ma profondamente efficaci, le scelte della regista si rivelano con delicatezza, lasciando un’impressione duratura e commovente. Il film valorizza le donne, ma osa mettere in discussione una realtà dolorosa: che le donne stesse possano perpetuare i sistemi che le ostacolano”.
Tornata dall’Europa nel suo piccolo villaggio sulle montagne della Georgia, Nata si trova a confrontarsi con usanze che sembrano aver già scritto il suo destino di moglie e di mamma. Ma lei sogna una vita diversa e a poco servirà l’opposizione delle donne del villaggio che la spingono ad accettare le tradizioni e a mantenere una facciata di normalità. Dopo aver subito l’ennesimo episodio di violenza per mano del marito, Nata deciderà di non soccombere e di lottare per la sua dignità.
Il Premio della Giuria è stato assegnato invece a La voix du troupeau (Svizzera 2026) dei registi Matthias Joulaud e Lucien Roux. La Giuria internazionale si è così espressa: “I registi ci portano con delicatezza e grande sensibilità al fianco di Didier, un allevatore sordomuto dell’Alvernia. Il protagonista ci insegna la sua personale lingua dei segni, con cui si apre a noi spettatori e al mondo. Ci mostra un modo altro di sentire e di comunicare con gli esseri viventi e grazie al quale superare le dure prove della vita. I suoni di Didier e la splendida colonna sonora ci accompagnano nel rapporto con il suo mondo”.
Per comunicare con i suoi familiari e con i suoi compaesani, Didier, sordo dalla nascita e analfabeta, ha inventato una propria e originale lingua dei segni. Non gli è necessario utilizzarla, tuttavia, per comunicare con le mucche della famiglia Maury, animali che alleva con amore, in una fattoria dell’Alvernia. Nel lavoro e nel rapporto con le bestie Didier ha trovato conforto dopo la morte di Claude, l’amato fratello. Il vuoto, da allora, è colmato dall’affetto della famiglia presso cui lavora, in particolare dal tenero e giocoso rapporto con la giovane figlia. Quando le difficoltà che mettono in crisi il mondo dell’allevamento costringono i Maury a vendere le bestie, Didier sarà messo a dura prova, dovrà confrontarsi con le proprie paure e reinventare i rapporti con gli altri. I registi, mescolando immagini ad animazioni, ci accompagnano nella sua quotidianità, affidano il racconto alla sua lingua dei segni, senza tradurla e sottotitolarla, tanto risulta universale nella sua unicità. Senza indugiare in retorica, raccontano Didier non come persona disabile ma come uomo.
Per l'approccio poetico e l’incantevole animazione una Menzione speciale della Giuria internazionale è stata assegnata a Fačuk (Croazia, Slovenia 2025), primo corto della regista croata Maida Srabović.
Un fačuk è un figlio illegittimo, un peccato mortale per la donna incinta che si aggira per la campagna e da cui tutti stanno lontani. La paura cresce dentro di lei, avanza l’ombra, si scatena una tempesta, viene scavata una tomba, si alzano mani minacciose ad afferrare il bambino e portarselo via. «È il figlio del peccato», gridano maschere inquietanti. Infine un fiume travolgerà i villaggi e i suoi abitanti, con la loro ottusa mentalità, e su quelle colline potrà tornare a germogliare la vita.

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