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Sabato 19 Giugno 2010
Draghi: «Imprese, troppe regole»

Il governatore mette d'accordo tutti, banchieri e imprenditori, professori e studenti. E, come se non bastasse l'incoronazione ricevuta dalla classe dirigente del Nord Est riunita ieri ad Altavilla Vicentina, Mario Draghi incassa, oltre al Master honoris causa del Cuoa, anche il tributo di Sergio Marchionne, suo predecessore nella lista degli Mba honoris causa consegnati da Vittorio Mincato.
«Faccio parte di un gruppo che ammira Mario Draghi da anni - dice al microfono l'ad di Fiat, poco dopo aver commentato con i giornalisti il caso Pomigliano e l'atteggiamento della Fiom-Cgil con un eloquente "L'Italia non avrà un futuro manifatturiero, l'industria non esisterà più" -. Posso solo aggiungere di essere orgoglioso di essere italiano e di averlo come governatore della Banca d'Italia».
Commosso, per sua stessa ammissione, dell'accoglienza ricevuta («Mia moglie è veneta e anche le origini di parte della mia famiglia sono di qui»), il governatore della Banca d'Italia dedica la sua lezione magistrale proprio al Nord Est, «un'area cruciale dell'economia italiana, dove risiede quasi un quinto della popolazione, si produce un quarto del Pil del settore privato e da cui origina poco meno di un terzo delle esportazioni italiane».
La crisi globale ha però grippato il motore della locomotiva e il contraccolpo è stato più forte qui che altrove. «La percentuale delle imprese che hanno chiuso il bilancio in perdita - ricorda - è più che raddoppiata tra il 2007 e il 2009, dal 14 al 30 per cento».
In sala ci sono banchieri del calibro di Gianni Zonin, con l'ad Divo Gronchi, il dg Samuele Sorato e altri dirigenti e consiglieri della Banca Popolare di Vicenza, di Vincenzo Consoli, ad di Veneto Banca, di Amedeo Piva, presidente del Credito cooperativo veneto; ma anche molti imprenditori, come Roberto Zuccato, presidente di Confindustria Vicenza, come Mario Moretti Polegato (Geox), come Mario Carraro, come Ambrogio Dalla Rovere, e tanti altri. La questione della stretta creditizia, vera o presunta, è ancora dibattuta. Draghi dà ragione ad entrambi: «Il credito bancario si è ridotto del 3,5% - dice - un calo superiore alla media del paese. La riduzione dei prestiti riflette sia il calo delle esigenze di finanziamento delle imprese, sia per comportamenti più cauti delle banche».
Banche che però, spiega Draghi, non sono tutte uguali, visto che «i grandi intermediari hanno un legame meno intenso con il territorio, che rappresenta uno dei punti di forza del tessuto di banche di dimensione media e piccola».
E qui, uscendo dal testo ufficiale, il governatore ricorda che proprio per il radicamento nel territorio e la conoscenza delle persone, «la banca locale sostiene l'impresa anche quando i numeri indurrebbero a fare il contrario».
Non poteva mancare un riferimento al federalismo fiscale, tema fondamentale dell'ultima assemblea di Confindustria Vicenza. E qui Draghi sposa la tesi cara, tra gli altri, a Luca Zaia: «Per l'attuazione del federalismo fiscale è cruciale il passaggio dal criterio della spesa storica a quello dei costi e dei fabbisogni standard nell'attribuzione delle risorse agli enti decentrati».
La crisi ha colpito tutti, ma non tutti sapranno ripartire quando arriverà il sereno. Per questo Draghi ricorda i punti oscuri dell'imprenditoria nordestina, a suo giudizio ancora troppo dipendente dal debito bancario e poco aperta alla raccolta di capitale di rischio. È la caratteristica dell'impresa familiare, che dovrebbero però essere più capitalizzate per ricominciare a vincere le sfide sui mercati.
Se però sul groppone di queste imprese già indebolite dalla congiuntura si caricano anche, come osserva il governatore, «una regolamentazione eccessiva o di cattiva qualità» che scaraventa l'Italia al 68° posto nella classifica mondiale degli oneri burocratici, e «un carico fiscale elevato nel confronto internazionale», si intuisce come sia difficile la partita da giocare. Specie se anche sulle infrastrutture siamo in ritardo e «lungo la direttrice dal Triveneto verso l'Europa nord orientale l'unica grande opera conclusa è stata il Passante di Mestre».
Altro che Master, pensa più di qualcuno in sala. A questo qui bisognerebbe dare qualcos'altro da fare. In Italia e in Europa non c'è che l'imbarazzo della scelta.




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