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Lunedì 18 Settembre 2023
Con interessi, sui conti correnti, di 15 anni fa, avremmo 19,7 miliardi in più.

Sì – con riserva – all'introduzione di una tassa sugli extraprofitti delle banche. CGIA Mestre.
 
“Se le banche italiane applicassero gli stessi interessi, sui depositi in conto correnti, del 2008, anno in cui il tasso di riferimento della BCE era lo stesso di oggi[1], le famiglie e le imprese disporrebbero di 14,6 miliardi di euro netti in più. A beneficiarne, sarebbe anche il fisco, che dal prelievo sui risparmi, vedrebbe aumentare il gettito di 5,1 miliardi[2]. Nel complesso, pertanto, correntisti ed erario disporrebbero di 19,7 miliardi aggiuntivi. Come è pervenuto a questi risultati l’Ufficio studi della CGIA? Quindici anni fa, il tasso principale di rifinanziamento della BCE era al 4,25 per cento e i tassi di interesse applicati dalle banche, sui depositi degli italiani erano all’1,87 per cento. Oggi, a parità del costo del denaro stabilito da Francoforte, sono invece allo 0,38 per cento. Ebbene, se ai 1.320 miliardi di euro di risparmi attualmente depositati negli istituti di credito italiani fosse applicato l’1,87 per cento (anziché lo 0,38), famiglie e imprese si ritroverebbero con 14,6 miliardi netti in più. A gioire, comunque, sarebbe anche il fisco che, grazie a questo allineamento ai tassi attivi di 15 anni fa, incasserebbe 5,1 miliardi di euro di gettito in più dall’attuale applicazione delle imposte sugli interessi. Sommando i due importi, risparmiatori e fisco si ritroverebbero con 19,7 miliardi aggiuntivi: praticamente quasi un punto di Pil). Banche “avare” in tutta UE. A mantenere i tassi attivi sui depositi, a livelli ingiustificatamente bassi, non sono stati solo gli istituti di credito italiani. Gli ultimi dati disponibili (luglio 2023) ci dicono che la media degli interessi applicati sui conti correnti delle famiglie dell’Area dell’Euro era pari allo 0,27 per cento (-105 punti base rispetto al 2008), mentre in Italia si è attestata leggermente sopra e precisamente allo 0,28 (-118). Anche analizzando i dati relativi ai principali paesi europei, emerge un quadro generale “desolante”: in Francia la media degli interessi applicati è stata dello 0,05 per cento (-13), nei Paesi Bassi dello 0,10 (-70), in Spagna dello 0,12 (-68) e in Germania dello 0,41 per cento (-164 punti base rispetto al 2008). Insomma, nonostante la presidente della BCE, Christine Lagarde, abbia in più di un’occasione invitato nei mesi scorsi gli istituti di credito a remunerare maggiormente i risparmi dei cittadini europei, la risposta dei banchieri non c’è stata.  Oggi, però, i mutui sono più convenienti di 15 anni fa. Se dal confronto tra il 2008 e il 2023 emerge che i tassi attivi sui depositi in conto corrente erano più alti 15 anni fa, è altrettanto corretto segnalare che anche dal confronto sugli interessi applicati ai mutui per l’acquisto di una abitazione, questi ultimi nel 2008 erano più alti di oggi. Sebbene il tasso di riferimento della BCE sia lo stesso (4,25 per cento), il tasso di interesse medio inclusi i costi (TAEG), applicato oggi in Itali, ad un mutuo è al 4,58 per cento; 15 anni fa, invece, era al 5,95 per cento. Va altresì segnalato che i due casi appena richiamati hanno un numero di soggetti coinvolti molto diverso. Se tutte le famiglie italiane (pari a poco più di 26 milioni di unità) possiedono un conto corrente (in una banca o in Poste Italiane), le famiglie che hanno acceso un mutuo presso un istituto di credito, per l’acquisto di una casa sono attualmente “solo” 3,5 milioni (circa il 13 per cento circa del totale).  Pertanto, se tutte le famiglie scontano tra il 2008 e il 2023 una perdita dal confronto della remunerazione dei propri risparmi, quelle che invece si avvantaggiano ipoteticamente dal confronto del tasso applicato sul mutuo sono poche. Per le banche, ovviamente, la situazione si capovolge: se tra il 2008 e il 2023 il beneficio economico dall’applicazione degli interessi attivi sui conti correnti è molto elevato, la “perdita” dall’applicazione dei tassi sui mutui è, invece, contenutissima. Istituti di credito italiani con bilanci sempre più positivi. Se il ritorno dell’inflazione e il conseguente aumento dei tassi hanno comportato un generale impoverimento delle famiglie italiane, le nostre banche, invece, hanno registrato risultati di bilancio straordinariamente positivi. Nel 2022, infatti, gli istituti di credito del nostro Paese hanno totalizzato, al netto delle imposte, 21,8 miliardi di euro di utili, praticamente 8 miliardi in più rispetto al 2021 (+58 per cento)[3].  Questa situazione è stata confermata anche nei primi sei mesi di quest’anno.  Tra i primi gruppi bancari presenti in Italia, la crescita percentuale degli utili è stata molto positiva. Solo uno, BPER BANCA, nonostante un utile netto di 705 milioni di euro, ha registrato una flessione (-49,1 per cento). Ovviamente non possiamo che esprimere una grande soddisfazione di fronte a questi risultati; vuol dire che la governance di questi istituti bancari ha dimostrato di essere di grande qualità. Tuttavia, appare evidente che nell’ultimo anno - con tassi attivi praticati sui depositi pari allo zero virgola e quelli negativi applicati sui prestiti o sui mutui saliti attorno al 5 per cento - la politica monetaria della BCE ha favorito il conseguimento di ottimi risultati di bilancio per gli istituti di credito. Ora ci auguriamo che questi vantaggi economici accumulati nell’ultimo anno e mezzo vengano in parte redistribuiti, riconoscendo, ad esempio, una remunerazione “dignitosa” a chi continua a tenere i propri risparmi nel conto corrente bancario. Sì (con riserva) alla tassazione degli extraprofitti. L’accanimento fiscale contro chicchessia è sempre deprecabile. Anche quando il destinatario di questa misura è una banca o una multinazionale. Tuttavia, quando un soggetto, in un particolare momento congiunturale, sfrutta la sua posizione di rendita per aumentare a dismisura i profitti, l’introduzione di una imposta straordinaria una tantum è, a nostro avviso, auspicabile. In merito all’introduzione della tassazione sugli extraprofitti delle banche, introdotta dal governo Meloni con il D.L. n° 104/2023, speriamo che il Parlamento la migliori, in sede di conversione in legge. Ad esempio, evitando di penalizzare i piccoli istituti di credito che, anche in questo momento critico, non hanno mancato di dare il loro sostegno alle famiglie e alle piccole imprese. Altresì, come previsto dal Testo Unico delle Imposte sui Redditi (TUIR), rendendo il prelievo straordinario deducibile dal reddito di impresa. Sulla legittimità costituzionale del provvedimento, invece, non siamo in grado di dare un giudizio tecnico. Ci permettiamo di segnalare che chi beneficia di un aumento esponenziale dei profitti da una situazione straordinaria (in questo caso dall’impennata dei tassi di riferimento imposti dalla BCE), deve mettere in conto l’introduzione, per legge, di un prelievo una tantum. Una misura, quest’ultima, del tutto in linea con i principi generali richiamati, anche nell’art. 2 della nostra Costituzione”. A completamento di quanto sopra, aggiungiamo la nota del 16 settembre, sempre di CGIA, che segue, inviata ad ABI, Associazione Bancaria Italiana, sulla questione tassi: “Ringraziamo l’ABI che…,”casualmente” ha aggiornato, proprio quest’oggi, i dati sui tassi praticati alla propria clientela, ad agosto 2023, confermando, di fatto, i risultati della nostra elaborazione odierna. Tra la messa di dati presentati, segnala che i tassi attivi medi praticati sui depositi dei nostri conti correnti (stock di risparmi pari 1.320 miliardi di euro), sono saliti ad agosto allo 0,40%, dallo 0,38% di luglio. Dato, quest’ultimo, che abbiamo utilizzato, per realizzare la comparazione nella nostra ricerca di oggi. Pertanto, rimane confermato il risultato della nostra analisi: se le banche applicassero lo stesso tasso attivo, sui depositi di conto corrente del 2008 (1,87% anziché lo 0,40% nell'anno in cui il tasso di riferimento della BCE era lo stesso si oggi, ovvero al 4,25%), i risparmiatori italiani e il fisco disporrebbero di oltre 19 miliardi di euro netti in più”.


[1] Nella riunione del 14 settembre scorso, il Consiglio direttivo della BCE ha alzato il tasso di rifinanziamento principale al 4,50 per cento. Questa decisione entrerà in vigore il prossimo 20 settembre. [2] Oggi la normativa sulla tassazione degli interessi attivi prevede l’applicazione di un’aliquota secca del 26 per cento. [3] Banca d’Italia, Relazione annuale – Appendice, Roma 31 maggio 2023.
Il comunicato di CGIA Mestre è molto particolareggiato e permette una visione completa dell’assunto “tassi”. Chiaro, che saremmo anche noi, per una maggiore remunerazione delle giacenze, a seguito dell’elevato tasso di riferimento della Banca Centrale Europea – una volta, tasso di sconto e, oggi, al 4,25%, la quale, peraltro, agisce, per porre un limite accettabile, il 2%, alla pesante inflazione, che ha colpito e colpisce l’economia dell’Unione e, quindi, noi stessi. Un minimo di maggiore remunerazione dei depositi, tra l’altro, tornerebbe utile a dare gas all’economia, con vantaggio delle banche stesse. Si favorirebbero, soprattutto, poi, coloro, che dispongono di giacenze o depositi, derivanti, spesso, da somme saggiamente accantonate, non senza sacrificio, per fare fronte a possibili, improvvise disgrazie, di cui la vita è, spesso, elargitrice, o per arrotondare un modesto stipendio, o una debole pensione. Anzi, suggeriremmo di prevedere un più consistente tasso attivo, per piccole somme… Altro tema: si dovrebbe rivedere il 26%, che grava, sui proventi da giacenze. Esso è troppo elevato, per l’Italia – a tale livello, esso è anche in Germania e, di più, in Francia – dove, stipendi e pensioni sono generalmente e fortemente inferiori, a quelli tedeschi e francesi.
Pierantonio Braggio






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