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Domenica 1 Febbraio 2026
Sei mesi, per ottenere una concessione edilizia, per costruire un capannone, CGIA Mestre 31 gennaio 2026

“L’Italia soffre di un paradosso strutturale: a fronte di norme uguali su tutto il territorio, la Pubblica Amministrazione applica tempi amministrativi e giudiziari molto diversi da città a città. Questa inefficienza burocratica agisce come un’imposta occulta, frena gli investimenti, rappresenta un nemico invisibile, scoraggia l’iniziativa privata e accentua le disuguaglianze tra i territori. In Veneto, fortunatamente, la situazione è molto migliore, rispetto al resto del Paese tuttavia, i costi diretti e indiretti, che le imprese venete subiscono, a causa del cattivo funzionamento della macchina pubblica, non sono affatto trascurabili. L’Ufficio studi della CGIA li ha stimati in circa 10 miliardi di euro all’anno. Partiamo dall’edilizia, cartina di tornasole della nostra principale inefficienza amministrativa. In Italia, servono in media oltre sei mesi e mezzo – ben 198 giorni – per ottenere una concessione edilizia, per costruire un capannone commerciale. A Padova[1], stime di esperti, segnalano che sono necessari 180 giorni (6 mesi). Un tempo di attesa importante, ma molto inferiore a quello riscontrato, ad esempio, a Milano e a Napoli, dove sono richiesti ben 220 giorni o a Torino, che ne richiede 210. Insomma, in contesti dove la domanda di spazi produttivi è elevata e la pressione sugli uffici è massima, la lentezza delle procedure finisce per trasformarsi in un vero collo di bottiglia allo sviluppo. La situazione rimane difficile anche quando osserviamo la performance della giustizia civile, in particolare per quanto riguarda le procedure di insolvenza. Qui il dato nazionale parla di una durata media di 36 mesi, ovvero 1.095 giorni, per arrivare alla liquidazione di un’impresa insolvente. A Padova i mesi necessari scendono a 24 (2 anni). Tempi oggettivamente incompatibili, con le esigenze di un’economia moderna, che richiede rapidità nella riallocazione delle risorse e certezza delle regole. Il quadro non migliora, se si guarda alla risoluzione delle controversie commerciali. In Italia servono in media 600 giorni, circa 20 mesi, per chiudere una disputa tra imprese. A Padova i giorni sono solo, si fa per dire, 540. Ma a Roma i tempi esplodono fino a 1.400 giorni, quasi quattro anni, mentre a Bari e a Reggio Calabria si attestano per entrambe a 1.180 giorni, oltre tre anni[2]. Ritardi che incidono direttamente sui costi operativi delle aziende, aumentano il rischio d’impresa e spingono molte realtà a rinunciare a far valere i propri diritti. A dirlo è l’Ufficio studi della CGIA. Una qualità della burocrazia molto bassa. Spesso, nel dibattito sulla competitività delle imprese, l’attenzione si concentra tradizionalmente su fisco, costo del lavoro e accesso al credito. Molto meno considerata, ma altrettanto decisiva, è la qualità della burocrazia. Il problema non è l’esistenza di regole — inevitabili in economie complesse — bensì il loro cattivo funzionamento. Una burocrazia inefficiente opera come un vincolo strutturale alla crescita, incidendo sui costi, sulle decisioni e sugli incentivi delle imprese. Il primo effetto è l’aumento degli oneri amministrativi. Procedure lente, adempimenti duplicati, sovrapposizioni normative e incertezza interpretativa generano costi opachi e difficilmente prevedibili, che non possono essere pianificati ex ante come un’imposta. Questo spinge le imprese a destinare risorse ad attività difensive, sottraendole all’innovazione, alla crescita e allo sviluppo. Un secondo canale riguarda la cattiva allocazione del tempo e del capitale umano. La gestione della complessità burocratica assorbe energie manageriali che potrebbero essere impiegate nello sviluppo dei mercati, nella formazione e nella crescita dimensionale[3]. L’impatto della cattiva burocrazia è inoltre asimmetrico. Le grandi imprese possono diluire i costi fissi della complessità, grazie alle economie di scala, mentre le piccole e medie imprese ne sopportano un peso sproporzionato. Penalizzati anche gli Enti pubblici. La cattiva burocrazia non danneggia solo le imprese, ma colpisce anche gli stessi enti pubblici. Essa non è riconducibile a carenze individuali dei funzionari, bensì a fattori strutturali: complessità normativa, frammentazione istituzionale, incentivi distorti e assetti di governance inadeguati. L’accumulo di norme incoerenti induce comportamenti difensivi, moltiplicazione dei controlli e allungamento delle catene decisionali, senza migliorare la qualità delle scelte. La frammentazione delle competenze rende opaca l’attribuzione delle responsabilità e incentiva l’autotutela organizzativa. A ciò si aggiunge una cultura amministrativa, in cui il principio di legalità degenera in formalismo: la correttezza procedurale prevale sistematicamente sui risultati, l’innovazione è percepita come rischio e l’errore come costo personale elevato. Sistemi di valutazione deboli, scarsa responsabilizzazione e una digitalizzazione, non accompagnata dalla reingegnerizzazione dei processi finiscono per cristallizzare le inefficienze. _______________________ [1] In questa ricerca, Padova è la provincia di riferimento () del Veneto e dell’intero Nordest. [2] Tutte le tempistiche richiamate in precedenza sono il frutto di una elaborazione dell’Ufficio studi della CGIA su dati della Banca Mondiale (B-READY) 2025. La raccolta dei dati da parte di questa ultima è stata effettuata in collaborazione con Legance – Avvocati Associati (team guidato da Cecilia Carrara e Riccardo Favaro) e con il Consiglio Nazionale degli Ingegneri. Oltre 500 consulenti aziendali, ingegneri, avvocati, elettricisti, architetti, esperti del settore delle costruzioni, specialisti in tecnologie dell’informazione, fornitori di servizi pubblici, funzionari pubblici, giudici e ufficiali addetti all’esecuzione.[3] Secondo la pubblicazione “Subnational Business Ready in the European 2025: ITALY”, sulla base di un campione rappresentativo di oltre 1.216 imprese intervistate in Italia, l’alta dirigenza dedica in media il 12% del proprio tempo alla gestione degli adempimenti normativi, una quota superiore alla media dei paesi ad alto reddito, pari all’8%. Questa percentuale sale al 15% in regioni come Campania, Basilicata e Calabria, e al 14% in Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria, mentre risulta più bassa nelle Marche, in Umbria e in Abruzzo”. Un quadro, quello, sopra, dettagliatamente esposto, da CGIA Mestre, che impressiona e che invoglia più a trascurare iniziative, positive per l’impresa e per l’economia, che a metterle in atto. Questo, perché chi ha la volontà, con tanto di rischio, di realizzare qualcosa, non può assumersi ulteriori preoccupazioni, perdite di tempo e spesa. L’impresa ha bisogno di rapidità di decisione, di si e, se necessario, di no, solleciti, come del resto avviene, fra semplici cittadini. Mano norme, precise e di facile interpretazione, aiuterebbero molto. Eliminare burocrazia, significa creare economia.
Pierantonio Braggio



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