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Giovedì 19 Marzo 2026
Un tavolo di veronesi a Parigi

In una città come Parigi basta poco: un tavolino, qualche bicchiere e una conversazione che si allunga nella sera. Qualche sera fa, uno di quei tavoli parlava veronese, in un locale gestito da un veneto: Alberto, di Bassano del Grappa, che ha studiato quattro anni a Verona.

Non è stato un incontro casuale. L’ho organizzato perché negli anni ho conosciuto diversi veronesi qui a Parigi, come me, e mi sono spesso chiesta cosa li avesse spinti a lasciare la loro città.

Sono arrivati per motivi diversi: amore, studio, lavoro, curiosità. A volte una scelta presa quasi per caso, altre una decisione rimandata per anni. Percorsi diversi, ma accomunati da intraprendenza e talento.

Matilde e Raffaella hanno seguito l’amore, senza sapere una parola di francese. Oggi creano rispettivamente composizioni per la tavola dedicate ai banchetti e candele artigianali. Alessandra, invece, è partita per lasciarsi alle spalle una relazione, ma la città dell’amore l’ha accolta e trattenuta.

Per altri Parigi è arrivata attraverso lo studio. Francesca, Paola, Giuditta ed Edoardo sono venuti per completare l’università e poi hanno deciso di restare. Francesca ha scelto la Francia per ben tre volte e oggi è psicoterapeuta in un ospedale psichiatrico Paola è giurista fallimentare Giuditta, insieme all’amica veronese Matilde, lavora in uno showroom di moda di lusso accessibile Edoardo ricopre un ruolo in un noto organismo internazionale.

Mara e Vittoria, insieme ad altri veronesi, lavorano qui a Parigi per una nota azienda di calze e hanno già proposto di organizzare il prossimo incontro presso una società partner che si occupa di vino e ristorazione. Michele, invece, è tornato recentemente a Parigi dopo un intermezzo a Londra e oggi è analista in un importante fondo di investimento.

E poi ci sono le storie di chi vive qui da più tempo: Cristina, residente da quasi quarant’anni, ha trasformato la sua passione in lavoro diventando paesaggista Penelope, che abita a due strade da me, è nutriterapeuta Francesco divide il suo tempo tra Parigi e Verona, dove gestisce una galleria d’arte internazionale.

Non mancavano, nei racconti della serata, tutti gli altri veronesi che quella sera non potevano essere presenti, impegnati nei loro lavori — chi nella ristorazione, chi in banca — ma comunque presenti nelle storie che hanno animato il tavolo.

Nonostante le storie diverse, seduti insieme sembrava che tutte tornassero allo stesso punto. A volte basta una lingua condivisa, un ricordo comune o una battuta in dialetto veronese per trasformare una città straniera in qualcosa di familiare.

E mentre i bicchieri si svuotavano e la serata volgeva al termine, era chiaro che quel tavolo non era soltanto un aperitivo tra sconosciuti e conoscenti. Era la prova che, anche lontano da casa, una città può continuare a esistere nelle persone che la portano con sé e che ne sentono la nostalgia.

Quella sera, tra le strade di Parigi, Verona era seduta a quel tavolo.



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