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La montagna e i suoi scrittori
La montagna entra nei libri in modi molto diversi. Può restare sullo sfondo, diventare cornice, accompagnare una storia senza pretendere troppo spazio. Oppure succede altro: smette di essere soltanto un luogo e finisce per stare dentro al racconto come ci starebbe un personaggio. Con un carattere, un peso, una presenza che non si può ignorare.
Francesco Vidotto, Mauro Corona e Mario Rigoni Stern appartengono a questo secondo modo di raccontarla. Anche se arrivano da strade lontane e scrivono libri che tra loro si somigliano poco.
Corona racconta una montagna concreta. Freddo, legno, lavoro, silenzi, stufe che ci mettono tempo a scaldare. Nei suoi libri la natura non è una metafora e non cerca di diventarlo. È materia. I personaggi non stanno davanti al paesaggio per contemplarlo: ci vivono dentro e quella vita si vede prima nei gesti e nelle abitudini che nei pensieri. Non c’è quasi mai niente di spettacolare. Una valle, una casa, un sentiero fatto così tante volte che nessuno si domanda più il motivo.
Vidotto lavora in un’altra direzione. Le sue montagne sembrano luoghi che trattengono storie. Restano nei muri, nei nomi delle frazioni, nel ritorno di chi è partito e non riesce a spiegarsi del tutto perché abbia sentito il bisogno di tornare. Nei suoi romanzi i paesi hanno memoria. Non una memoria nostalgica o idealizzata: qualcosa di più concreto. Ricordano chi li ha abitati, le parole dette, quelle lasciate a metà , le persone che sono rimaste e quelle che hanno scelto di andare.
Rigoni Stern occupa uno spazio ancora diverso. Scriveva di Asiago e dell’Altopiano con una semplicità che non sembra una costruzione stilistica ma il modo naturale di guardare le cose. Bastano poche righe per farti sentire un inverno, il rumore leggero di qualcosa nel bosco, il silenzio di un sentiero in una certa ora del pomeriggio. Non c’è mai l’impressione che stia cercando l’effetto. Ed è probabilmente anche per questo che quelle pagine continuano a reggere il tempo.
Quello che accomuna questi tre autori non è il tono, non è il lessico e non è nemmeno il rapporto personale con la montagna. È il fatto che nessuno la tratta come qualcosa da guardare.
Non è una cartolina ne un luogo dove rifugiarsi e non è neppure un’avventura.
È il posto dove si vive. E vivere in montagna significa fare i conti con stagioni che non aspettano, con distanze diverse, con relazioni che diventano strette più per necessità che per scelta.
Forse è questo che continua a portare lettori verso libri di questo tipo. Non soltanto il fascino del paesaggio, ma la sensazione che dentro quelle pagine le cose abbiano ancora un peso concreto.
La legna da preparare prima dell’inverno, la neve che cambia le distanze, gli animali che ritornano oppure no.
Dettagli piccoli, all’apparenza. Ma che finiscono per diventare il modo in cui i personaggi stanno al mondo.
C’è anche qualcosa che riguarda il tempo: nei libri di questi autori la montagna non rallenta tutto per una scelta filosofica. Impone il proprio ritmo. Le stagioni arrivano quando arrivano. Il buio scende presto. Il paese resta piccolo anche quando il resto cambia velocemente. Questa presenza non viene quasi mai spiegata apertamente, ma si sente. Sta nel modo in cui le persone aspettano, prendono decisioni, accettano che non tutto dipenda da loro.
Vidotto, Corona e Rigoni Stern raccontano luoghi diversi e hanno voci che non si confondono. Ma in tutti e tre succede una cosa simile ad un certo punto ci si accorge che la montagna non resta sullo sfondo, entra nella storia e le da ritmo

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