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| Gioved 30 Luglio 2026 |
IL VINO VENDE MENO MA NON È SOLTANTO RESPONSABILITÁ DEI GIOVANI E DEI RISTORANTI
di Simone Vesentini, oste e Presidente FIEPET Confesercenti Verona
A Verona, quando il vino vende meno, non è mai soltanto una cattiva notizia per cantine e produttori.
Riguarda ristoranti, bar, enoteche, alberghi, commercio e turismo. Riguarda un territorio che sulla vite ha costruito una parte fondamentale della propria identità e della propria economia.
Le spiegazioni arrivano talmente veloci da sembrare affrettate: i giovani non bevono più e al ristorante le bottiglie costano troppo. Due affermazioni che contengono certamente una parte di verità, ma che rischiano di diventare risposte troppo comode per essere davvero esaustive.
I ragazzi tra i 18 e i 24 anni rappresentano poco più del 7% della popolazione italiana. Sono decisivi per il futuro, ma difficilmente possono spiegare da soli il calo dei volumi di oggi.
Pesa molto di più il progressivo venir meno delle generazioni cresciute con la bottiglia quotidiana sulla tavola. Nel 2006 i consumatori abituali rappresentavano il 57% di chi beveva vino oggi sono scesi al 39%, mentre il 61% consuma soltanto occasionalmente.
Chi arriva dopo è meno numeroso e beve in modo diverso.
C’è poi la questione dei prezzi nella ristorazione. Certamente incidono: una bottiglia al ristorante costa più che al supermercato o su internet. Ma è proprio qui che il ragionamento non torna.
Se il prezzo del fuori casa fosse la causa principale del calo dei consumi, le bottiglie non ordinate nei ristoranti dovrebbero essere acquistate nella grande distribuzione oppure online. Dovremmo assistere a uno spostamento dei consumi, non a una loro riduzione complessiva.
Invece, nel 2025, anche GDO e retail hanno perso il 2,9% dei volumi, per il quarto anno consecutivo. I rossi sono arretrati anche a valore, mentre l’online, dopo la fiammata del periodo Covid, non è affatto diventato il rifugio strutturale del consumatore.
Il vino nella ristorazione continua a valere circa 12 miliardi di euro l’anno e oltre un quinto dello scontrino medio. Ma anche qui diminuiscono la spesa e, soprattutto, le quantità consumate.
Il problema, dunque, è assai più profondo del prezzo di una carta dei vini.
Per oltre quindici anni abbiamo “premiumizzato” tutto: vigneti, cru, territori, degustazioni, rituali, racconti ed esperienze. È stato un percorso importante, che ha aumentato qualità e valore. Ma forse ha reso il vino più prezioso e, insieme, meno spontaneo.
Ancora accessibile in molte fasce di prezzo, ma percepito come più impegnativo, meno adatto a tanti momenti della vita quotidiana.
Per anni abbiamo ripetuto, giustamente, “bere meno, bere meglio”. Non possiamo però stupirci se oggi si aprono meno bottiglie e lo si fa meno spesso.
Il vino vive quando passa tra le persone, accompagna un piatto, una conversazione e una tavola condivisa. Senza convivialità perde il proprio luogo naturale.
La risposta non può essere la nostalgia dei consumi abbondanti del passato.
Dobbiamo costruire una nuova cultura moderata e contemporanea: più servizio al calice, prezzi leggibili, formati accessibili, vini freschi e meno impegnativi, personale preparato a raccontarli.
Per Verona è una sfida economica e sociale. Perché dietro ogni bottiglia che non viene aperta ci sono una cantina, un ristorante, un’enoteca, un agente, un trasportatore e un territorio.
Il futuro del vino dipenderà dalla nostra capacità di tornare a farlo vivere non come un oggetto da contemplare ma come parte della tavola italiana e del nostro stare bene insieme.
Simone Vesentini

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